Una nuova speranza per la cura dell’Alzheimer (nonostante tutto)

Nonostante le rinunce da parte di importanti aziende pharma che si sono susseguite negli ultimi anni (e alcuni trial abbandonati proprio di recente), vi sono nuove strategie all’orizzonte. Come gli anticorpi anti beta-amiloide rivolti contro le forme oligomeriche, quelle più patogene

Non tutte le speranze di trovare una cura per l’Alzheimer sembrano essere perdute. Nonostante le rinunce da parte di importanti aziende pharma che si sono susseguite negli ultimi anni per colpa degli scarsi risultati delle nuove molecole a fronte di costi altissimi. E nonostante i pochi trial al momento attivi. Alessandro Mugelli, Presidente della Società Italiana di Farmacologia (Sif), mentre è in corso, a Firenze, il Congresso nazionale della Società ricorda che “è proprio di pochi giorni fa l’annuncio della decisione di sospendere due studi di Fase III con un inibitore della sintesi della beta-amiloide in pazienti con malattia di Alzheimer in fase iniziale. Notizia che segue quelle di altri fallimenti e della decisione da parte di importanti aziende farmaceutiche di rinunciare alla ricerca di una cura o un farmaco che cronicizzi o migliori l’Alzheimer”.

Un anticorpo “particolare”

La scienza però cerca sempre e comunque di ripartire e nuove strategie sono all’orizzonte. Anche perché si prevede che entro il 2050 i malati di demenza e di Alzheimer raddoppieranno. Nel conto di Mugelli ci sono alcune centinaia di studi clinici. “È molto probabile che la nuova strategia sarà ancora quella di puntare ad anticorpi anti beta-amiloide, la molecola che, accumulandosi nei neuroni, li porta alla morte scatenando la malattia – segnala Stefano Govoni dell’Università di Pavia – ma si tratterebbe di anticorpi molto particolari”. Già, perché non è la prima volta che si percorre questa via, e tuttavia i risultati non sono stati soddisfacenti. “Parliamo, questa volta, di un anticorpo contro le forme oligomeriche di beta-amiloide, vale a dire quelle più patogene – continua –  contrastando queste, potremmo ritardare la comparsa dei sintomi e l’insorgenza della malattia”.

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