Farmaci senolitici per spostare indietro le lancette del corpo

Negli ultimi anni c’è stato un boom di ricerche e investimenti nel settore dell’anti-aging, con le prime molecole che stanno arrivando alla fase clinica. Si tratta per lo più di medicinali geroprotettori che evitano il formarsi delle cellule senescenti o le eliminano, con l’obiettivo di una vecchiaia più sana.

Sono passati secoli da quando alchimisti e scienziati cercaro­no invano e con perseveranza la pietra filosofale, in grado di fornire, tra le altre cose, un elisir di lunga vita, panacea universale per qualsiasi malattia. Nonostante oggi gli esperti che si occupano di studiare il processo di invecchiamento biologico (la biogerontologia) tengano a sottolineare come le loro ricerche non siano assolu­tamente orientate ad allungare la vita umana, ma piuttosto a farci vivere una vecchiaia più serena e in salute, restare più a lungo su questo pianeta potrebbe essere un effetto collaterale (con tutte le conseguenze del caso).

La svolta

Capire i mecca­nismi dell’invecchiamento da sempre ha interessato scienziati e industria (sarebbe uno dei mercati più redditizi), ma una svolta si è avuta solo nel 2013, quando un gruppo di ricercatori pubblicò su Cell una review (The Hallmarks of Aging) in cui delineò i nove principali processi im­plicati nella senilità (vedi box). Da allora c’è stata un’impennata di conoscenze e ricerche nel settore (con le prima mole­cole che hanno raggiunto la fase clinica), così come di investimenti. Tanto che i National institutes of health (Nih) han­no creato un dipartimento dedicato alla ricerca sull’invecchiamento, con l’assun­to che sia il fattore comune alla base di malattie come l’Alzheimer, il cancro e il diabete le malattie cardiovascolari (per cui “curando” l’invecchiamento, si po­trebbe arrivare a una terapia universale per tutte queste malattie). Mentre gli investimenti in startup della longevità, sono cresciute negli ultimi tre anni più di quanto non abbiano mai fatto in passato, fino a raggiungere gli 850 milioni di dol­lari nel 2018, secondo un recente rappor­to di CB Insights (The future of aging? the startups and innovations working to help us live longer and better).

Le cellule “zombie”

I farmaci attualmente in fase più avan­zata sono i geroprottettori e i senolitici. Target di entrambe le classi sono le cel­lule senescenti, diventate ormai vecchie e non più in grado di svolgere le loro normali funzioni, ma anche incapaci di andare incontro a morte programmata (apoptosi). Restano perciò nell’orga­nismo secernendo sostanze dannose, come le citochine, che causano infiam­mazione. Gli scienziati le definiscono anche cellule “zombie” perché possono danneggiare le cellule vicine trasfor­mando anch’esse in senescenti e dif­fondendo l’infiammazione in tutto il corpo. Il sistema immunitario dovreb­be eliminarle, ma possono accumularsi nei tessuti a causa dell’invecchiamento, delle malattie croniche, della chemiote­rapia o dell’esposizione alle radiazioni.

Da qui l’utilità dei farmaci geroprotte­tori, che interagiscono con i meccanismi dell’aging prevenendolo o invertendolo ed evitando di conseguenza la forma­zione di cellule senescenti; e dei senoli­tici (sottogruppo dei primi) che hanno invece l’obiettivo di eliminarle. “La ra­pamacina per esempio è un geroprotte­tore – spiega Ilaria Bellantuono docente presso l’University of Sheffield che lo scorso anno firmò un articolo su Natu­re (Find drugs that delay many diseases of old age) sulla necessità di eliminare gli ostacoli che rallentano l’arrivo di questi composti – interferisce con alcuni mec­canismi cellulari e probabilmente, tra le altre cose, previene anche la formazione delle cellule senescenti. Mentre il far­maco senolitico viene somministrato in maniera intermittente e solo per pochi giorni, per eseguire una sorta di pulizia alternata a un periodo in cui si lascia al tessuto il tempo per rigenerarsi”.

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