AstraZeneca, baxdrostat mantiene l’effetto antipertensivo fino a 52 settimane nell’ipertensione resistente

AstraZeneca ha presentato al congresso della European Society of Cardiology (ESC) 2026, in corso a Monaco di Baviera, i risultati della fase on label dello studio di Fase III BaxHTN sull’efficacia e sicurezza a lungo termine di baxdrostat nei pazienti con ipertensione arteriosa non controllata o resistente al trattamento farmacologico.

I dati mostrano che l’effetto antipertensivo di baxdrostat al dosaggio di 2 mg si mantiene fino alla settimana 52, con una differenza di -12,6 mmHg nella pressione sistolica media rispetto a placebo/terapia standard. Il profilo di sicurezza a 52 settimane è risultato coerente con quello osservato nelle prime 12 settimane, senza nuovi segnali clinicamente rilevanti. Baxdrostat è un inibitore selettivo dell’aldosterone sintasi (ASi), potenziale first-in-class che riduce la sintesi endogena di aldosterone, l’ormone responsabile dell’aumento della pressione e del rischio cardiovascolare e renale. I nuovi risultati si affiancano a quelli già presentati nel 2025 all’ESC e pubblicati sul New England Journal of Medicine (riduzione di 15,7 mmHg a 12 settimane con il dosaggio da 2 mg) e a quelli dello studio di Fase III Bax24 (riduzione di 14 mmHg nella pressione sistolica delle 24 ore), presentati all’American Heart Association 2025.

Secondo Massimo Volpe, presidente SIPREC, il trattamento dell’ipertensione non ha beneficiato negli ultimi due decenni di progressi farmacologici rilevanti, nonostante colpisca circa il 30% della popolazione italiana. Baxdrostat agisce “a monte”, riducendo la sintesi dell’aldosterone anziché contrastarne solo gli effetti, come fanno i bloccanti del recettore dei mineralcorticoidi.

Per gli informatori scientifici che seguono l’area cardiovascolare, i dati BaxHTN a 52 settimane rafforzano il dossier clinico di un potenziale first-in-class per un bisogno terapeutico rimasto sostanzialmente scoperto per vent’anni: un elemento chiave da portare nei colloqui con cardiologi e internisti alle prese con pazienti ipertesi resistenti alla triplice terapia.

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