Zoom Fatigue, sindrome di Hikikomori, iperconessione. Ecco le insidie dello Smartworking

Lo smartworking è sempre stato considerato un benefit e, ormai, si tratta di una pratica sperimentata in quasi tutti i contesti. Tuttavia, presenta anche degli “effetti collaterali” come l’iperconnessione. Viene definita Zoom Fatigue, ovvero lo stress derivante da una perpetua presenza online e garanzia di reperibilità. Si vive con lo smartphone in mano o davanti al PC, grazie ai quali non solo è possibile rimanere connessi ma anche gestire alcune attività, ad esempio fare la spesa.

Il termine Zoom Fatigue identifica proprio il complesso di sintomi legati all’iperconnessione, quali stanchezza, stress, emozioni negative anche non immediatamente riconoscibili. L’eccessivo utilizzo di interfacce virtuali per gestire la vita sociale, familiare e professionale ha dunque risvolti psicologici profondi.

Il confine tra vita privata e vita lavorativa è ormai labile, i colleghi entrano nelle nostre case e noi nella loro quotidianità. Questo cambiamento può essere percepito come una violazione della nostra sfera più intima e personale. Anche il cosiddetto time lag comunicativo è un importante punto su cui riflettere. La comunicazione online infatti non riesce ad essere fluida quanto quella in presenza poiché intermediata da un mezzo: La connessione scarsa, i problemi tecnici, il link che non funziona.

Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione è il frequente ricorso alle video call, all’interno delle quali possiamo osservare gli altri ma anche noi stessi. In molti casi concentriamo la nostra attenzione sul riquadro con la nostra immagine e non osserviamo o ascoltiamo gli altri.

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