Gli effetti devastanti del coronavirus sulle partite IVA: se ne parla poco, e si fa ancora meno

Tartassati, bistrattati, ultra-tassati e soggetti negli anni a una narrazione così sbagliata che li ha portati a essere percepiti da una buona fetta della popolazione come una manica di furbetti pronti a fregare il Fisco non appena si presenta l’opportunità.

I freelance, o titolari di partita IVA che dir si voglia, in realtà se la passano peggio di tutti, secondo quanto rilevato da Federcontribuenti: nell’arco di appena 3 anni il loro numero si è ridotto del 40% circa, passando da oltre 8,5 milioni a poco più di 5 milioni. Diversi i fattori che hanno inciso su un calo tanto repentino quanto preoccupante: la situazione economica stagnante; la forte concorrenza interna; i controlli dello Stato e gli adempimenti burocratici necessari al ‘mantenimento in vita’ dell’attività produttiva.

Il principale colpevole, però, rimane la pressione fiscale sempre più pesante, che è arrivata a toccare il 64% dei profitti di una piccola partita IVA. Il prelievo medio dell’Irpef sui lavoratori autonomi è di gran lunga superiore a quello in capo ai dipendenti e ai pensionati, pari rispettivamente al 30% e al 67% in più, stando ai dati della C.G.I.A. di Mestre.

Per il coordinatore dell’Ufficio studi della C.G.I.A., Paolo Zabeo, è importante

«chiarire la questione per smentire una tesi molto diffusa, soprattutto in alcuni ambienti sindacali, secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo fiscale alla fonte. (…) L’articolo 53 della Costituzione dice che ognuno deve concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. Non si capisce dunque perché, a parità di capacità, l’onere del Fisco debba variare in base alla tipologia di lavoro. E non si usi la scusa dell’evasione, un fenomeno da combattere con forza, non da utilizzare come giustificazione per un diverso trattamento fiscale degli autonomi».

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