Valutazione della spesa sanitaria, oltre i numeri

Gli approcci tradizionali per analizzare la spesa sanitaria si basano sul presupposto che l’intero ammontare della spesa sanitaria (pubblica, out-of-pocket e intermediata) determini un miglioramento della salute individuale e collettiva. In realtà, se il value è il rapporto tra outcome di salute rilevanti per il paziente e costi, gli sprechi e le inefficienze che consumano risorse senza generare value riducono il value for money, ovvero il ritorno in termini di salute delle risorse investite in sanità: dalla sottrazione indebita di risorse (frodi e abusi) ai costi di acquisto superiori al valore del prodotto, dalle inefficienze amministrative (eccesso di burocrazia, scarsa informatizzazione) all’inadeguato coordinamento tra vari setting di cura e bassa produttività; dall’erogazione di interventi sanitari inefficaci, inappropriati, dal value basso o negativo alle conseguenze della mancata erogazione di interventi sanitari efficaci, appropriati e dall’elevato value.

Di conseguenza, secondo i princìpi della value-based healthcare, driver della sanità del XXI secolo, la spesa sanitaria può essere classificata in tre categorie:
• No value: spesa che non si traduce in servizi e prestazioni sanitarie e, per definizione, non ha alcun impatto sugli esiti di salute.
• Low/negative value: spesa utilizzata per servizi e prestazioni sanitarie che, rispetto al costo, determinano benefici marginali o nulli sugli esiti di salute, o hanno un profilo rischio-beneficio non noto o addirittura peggiorano gli esiti di salute generando, a cascata, ulteriori costi.
• High value: spesa utilizzata per servizi e prestazioni sanitarie che, rispetto al costo, determinano benefici più o meno rilevanti in termini di salute.

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