Perché si muore sempre meno di Covid?

In Italia si muore sempre meno di Covid. Ieri (24 maggio) la Protezione civile ha segnalato 50 decessi (0 decessi in Lombardia salvo verifiche). Ma se i morti son sempre meno, possiamo sperare che anche in presenza di una ripresa delle infezioni la mortalità resti contenuta? Non potrebbe darsi il caso che, come accaduto fin dall’inizio in Germania, alla crescita degli infetti corrisponda una linea solo in leggera salita dei morti, quindi uno scenario diverso e per molti versi tranquillizzante?  O ci stiamo illudendo?

L’Italia risulta attualmente terza (dopo Belgio e Francia) nel rapporto fra morti e casi confermati di Covid-19, noto come Case Fatality Rate (CFR)[1]: 14,1%. La media mondiale è 6,6%, quella della Germania 4,6%, dell’Islanda 0,5%. Il CFR cresce ovviamente con l’età, diventando massimo sopra gli 80-90 anni.

In sostanza, la storia della letalità da febbraio a oggi sembra suggerire che si stia passando da uno scenario italiano a uno islandese.

L'immagine è un particolare dell'infografica con cui il New York Times del 24 maggio ha illustrato lo straordinario articolo dedicato ai quasi 100mila morti di Covid negli Stati Uniti. "An Incalculable Loss".
L’immagine è un particolare dell’infografica con cui il New York Times del 24 maggio ha illustrato lo straordinario articolo dedicato ai quasi 100mila morti di Covid negli Stati Uniti. “An Incalculable Loss“.

 

Errori ed effetto sorpresa

Come è possibile che lo stesso virus a marzo uccidesse quasi la metà dei ricoverati e a maggio dieci volte meno? Nei giorni scorsi qualcuno ha sostenuto, come il virologo Massimo Clementi, che il virus sia nel frattempo mutato, perdendo parte della sua aggressività. Ma in attesa di ricevere conferme o smentite definitive di questa ipotesi, ci si può attenere a una spiegazione più solida: da una medicina di guerra si è tornati finalmente a una medicina normale, che deve affrontare una malattia normale, ancorché insidiosa. In sostanza se non è mutato il virus, sono comunque diversi i casi che vanno in ospedale.

Perché allora così tanti morti fra marzo e aprile?

La prima ipotesi indica possibili errori terapeutici commessi davanti a una malattia ancora poco compresa, e in condizioni di estrema emergenza. Luciano Gattinoni, fondatore della scuola lombarda di terapia intensiva e ora di stanza a Gottinga, da me interrogato sull’argomento, fa un esempio:

Nella prima settimana di Covid i pazienti critici venivano trattati in terapia intensiva con una ventilazione a pressione positiva intorno a 15-16 centimetri d’acqua. Dopo un mese la pressione è stata aggiustata a 7-8. Insomma, nell’emotività dei primi momenti, da una parte è stato fatto troppo e, dall’altra, non sono state fatte tante cose, come una analisi accurata delle TAC. D’altronde, capisco benissimo che in quel momento, con l’ospedale pieno di morti, fosse impensabile occuparsi di fisiopatologia. Non si è fatta attenzione al fatto che non ci trovavamo davanti alle caratteristiche di insufficienza respiratoria che eravamo abituati a vedere nei decenni precedenti. C’era qualcosa di diverso.

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