In Europa l’informazione scientifica del farmaco è un territorio sorprendentemente eterogeneo. Ogni Paese ha costruito il proprio modello, spesso privilegiando la trasparenza, la responsabilità aziendale o l’autoregolamentazione, più che la definizione della figura professionale dell’informatore. L’Italia, invece, ha scelto una strada diversa.
ITALIA: una legge per la professione di Informatore Scientifico del Farmaco
Il modello italiano nasce negli anni Ottanta, si consolida negli anni Novanta e arriva fino a oggi quasi immutato. Nel nostro Paese l’ISF è una professione regolamentata dal D.Lgs. 219/2006, che stabilisce i vincoli di una laurea scientifica (definendo quali lauree e quali esami), l’esclusività con un’azienda, i materiali approvati e le regole precise anche per la consegna dei campioni.
Avendo ricoperto per anni il ruolo di Responsabile del Servizio Scientifico in aziende farmaceutiche, posso affermare che l’impianto in Italia è chiaro e solido, ma porta con sé un paradosso: la normativa è rimasta ferma, mentre il mondo accademico si è moltiplicato. Le lauree “scientifiche” oggi nascono come funghi, spesso con percorsi ibridi o borderline rispetto ai requisiti originari del legislatore. Il risultato è che la norma, pur aggiornata in alcuni punti, non è più perfettamente allineata alla realtà formativa.
A questo si aggiungono le peculiarità regionali, che in Italia non mancano mai: accessi, procedure, regolamenti locali che cambiano da territorio a territorio. Ma questo è un altro grande tema, che merita una trattazione a parte.
Il modello ha garantito per anni una certa qualità dell’informazione, ma ha anche irrigidito un ruolo che, nel resto d’Europa, si è evoluto in modo più fluido, chiedendosi non “chi”, ma “come” quell’informazione doveva essere prodotta, controllata, resa trasparente.
E la differenza non è da poco. L’Italia ha costruito un ISF “di legge”, ma non sempre un ISF “di sistema”. La professione è definita, ma il contesto in cui opera è rimasto indietro. Ha imposto titoli e limiti, ma non ha sviluppato un ecosistema di trasparenza robusto (ci stiamo arrivando con il Sunshine Act (L. 62/2022), ma tardi), un sistema di auditing, una certificazione professionale aggiornata, un modello digitale coerente, dei controlli realmente incisivi.
E questo si vede soprattutto quando si confrontano i modelli europei.
FRANCIA: una rigidità diversa
La Francia è spesso percepita come uno dei Paesi più severi d’Europa, e non a torto. La “Loi Bertrand” ha imposto un livello di trasparenza radicale: pubblicazione dei contratti, dei vantaggi, dei rapporti economici, con controlli frequenti e sanzioni pesanti. Per l’ISF, oltre alla laurea, è prevista una Certificazione del Visiteur Médical, con esami e aggiornamenti periodici. E qui una domanda legittima: la laurea deve essere specifica? La risposta è: no, non esiste un elenco chiuso di lauree abilitanti come in Italia. La Francia richiede un titolo universitario e poi una certificazione professionale obbligatoria, che è il vero discrimine. È la certificazione, non la laurea, a garantire l’idoneità.
SPAGNA, REGNO UNITO, PAESI BASSI, GERMANIA: quando la legge non serve…se il sistema funziona
La Spagna è un caso diverso. Non esiste una legge che definisca formalmente la figura dell’ISF: chiunque può svolgere il ruolo, purché formato dall’azienda. Non ci sono requisiti di laurea specifici, né un albo, né una certificazione statale. Dove la Spagna è molto più rigida dell’Italia è sui campioni gratuiti: sono consentiti solo nei primi due anni dopo l’autorizzazione del farmaco. Poi basta. Un approccio differente, che vede il campione più come strumento per affiancare il lancio di un medicinale.
Nel Regno Unito e nei Paesi Bassi la professione dell’ISF non è regolamentata per legge, è l’azienda che decide. Eppure, il sistema funziona perché esistono codici di autoregolamentazione maturi (ABPI nel Regno Unito, CGR nei Paesi Bassi), rispettati, con meccanismi di auditing e trasparenza che spesso superano quelli dei Paesi più normati, garantendo qualità e responsabilità.
La Germania segue un modello simile: nessuna regolamentazione della professione, nessun requisito di laurea, nessuna certificazione. Il focus è tutto sulla pubblicità del medicinale, regolata da leggi severe (HWG e AMG), non sulla figura dell’informatore.
Una fotografia comparativa
Uno sguardo al futuro: tra rischi e opportunità
Il futuro dell’informazione scientifica non sarà deciso da chi ha la norma più rigida, ma da chi saprà costruire un modello capace di integrare qualità scientifica, trasparenza reale, responsabilità professionale, strumenti digitali e flessibilità operativa.
L’Italia ha un vantaggio: una figura professionale definita, riconosciuta, con una tradizione forte. Ma ha anche un rischio: rimanere intrappolata in un modello che non parla più la lingua del presente.
La domanda non è più “chi è più rigido?”. La domanda è: “chi sta costruendo un sistema che reggerà il futuro dell’informazione scientifica?”
Oggi, la risposta non è ancora: l’Italia. Ma potrebbe diventarlo, se si avrà il coraggio di aggiornare non solo le norme, ma la visione.







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