La maledizione dell’altruista

La maledizione dell’altruista

Saper dire di no a lavoro:

consigli pratici per allenare questa importante skill

 

La psicologa Jacqui Marson la definisce la Maledizione dell’altruista. Può colpire chiunque e, forse, anche noi ne siamo vittime inconsapevoli. Il saper dire di no a cuor leggero è una capacità che non tutti hanno. A guidarci sono spesso condizionamenti di varia natura, doveri o norme che ci sentiamo chiamati a rispettare. A partire dalla nostra infanzia, interiorizziamo alcuni atteggiamenti e li portiamo con noi nel corso degli anni. Questa tendenza non incide solo sugli aspetti della vita privata ma anche, e a volte soprattutto, sull’attività professionale. L’obiettivo è solo uno: evitare musi lunghi e rimproveri da parte di colleghi, familiari o amici. Ed è così che si cade nella trappola delle aspettative.

Le ragioni alla base della maledizione dell’altruista

Già a partire dagli anni ’50, i pionieri della psicologia evolutiva John Bowlby e D. W. Winnicott individuarono una stretta correlazione tra il trattamento ricevuto da bambini o adolescenti e lo sviluppo della percezione di sé. La tendenza a ricevere un affetto condizionato, vale a dire strettamente dipendente dalle nostre azioni, influisce in maniera importante sulla nostra capacità futura di saper dire di no. In questi casi, ci si sente apprezzati per il proprio comportamento e non per la propria identità.

 Le ragioni alla base della tendenza a cercare di compiacere gli altri sono due:
  1. Essere “rabbiofobici”, ovvero temere il conflitto e il confronto
  2. Essere alla costante ricerca di approvazione

Questi meccanismi psicologici sono spesso evidenti e facilmente osservabili in ambito lavorativo. Evitare una discussione con il proprio Area Manager, ricercare l’approvazione dell’azienda nella speranza di poter ottenere un riconoscimento, sono tutti atteggiamenti piuttosto comuni.

Capire chi siamo: un esercizio pratico

È importante sottolineare come nessuno riesca in realtà a porsi con ferma decisione in ogni situazione o ambito della vita. La maledizione dell’altruista, dunque, non risparmia nessuno. La chiave è infatti riuscire ad adottare un approccio al contempo risoluto e pacato. Come fare? È necessario fare un passo indietro e capire che tipo di atteggiamento adottiamo. La psicologa Anne Dickson suggerisce l’esercizio della linea. Pensiamo ad una linea con 4 punti, rappresentati da queste 4 personalità, partendo da un estremo all’altro:

  1. Cane sottomesso: reagisce passivamente alle situazioni. Accetta in maniera docile e pacata le situazioni, adattandosi alle richieste degli altri. Preferisce farsi carico di attività e responsabilità evitando discussioni.
  2. Panda deciso: l’equilibrato, in grado di manifestare disappunto in modo fermo, deciso e non aggressivo. Riesce a mantenere la lucidità, analizzando e soppesando pro e contro. Il tono utilizzato è neutrale e sereno, anche nel momento del rifiuto.
  3. Scimmia dispettosa: personalità passivo-aggressiva. Di norma tende ad evitare il no. Non esprime a parole, in maniera diretta, il proprio disaccordo e ha un atteggiamento aggressivo e litigioso. Accetta le richieste ma spesso si pone in maniera poco collaborativa o tende a lamentarsi facendo pesare al richiedente la sua scelta.
  4. Leone aggressivo: si pone in conflitto, reagisce in maniera secca adottando un tono duro e a volte aggressivo. Riesce a dire di no senza difficoltà e lo sottolinea in modo né pacato né neutrale.

Pensiamo ad esempio ad una situazione in cui un collega informatore Scientifico si assenta da lavoro e l’Area Manager ci chiede di gestire il suo carico. Noi, però, abbiamo già dato la nostra disponibilità a coprire temporaneamente una zona aggiuntiva, gestita in precedenza da un Informatore dimissionario e vorremmo rifiutare la richiesta. Le nostre responsabilità sono già elevate e a volte difficili da gestire. Sappiamo che l’azienda ha fiducia in noi ma ci sono anche altri colleghi a cui chiedere supporto. Quale di queste 4 personalità mettiamo in atto? Ovviamente, l’ideale è riuscire a trasformarci sempre ed in ogni situazione nella seconda, il panda deciso.

Come dire di no a lavoro e superare la maledizione dell’altruista

Quasi tutti desiderano essere considerati un punto di riferimento, una risorsa a cui affidarsi, sia per i colleghi che per i responsabili. Il problema è che il peso del carico di lavoro e le responsabilità che ne derivano finiscono con il creare stress e causare una paradossale decrescita della produttività e della qualità del nostro operato. Quindi, per risolvere la situazione, possiamo procedere per step:

  1. Analizzare la situazione

    Prima di partire subito con un secco “no” o con un deciso “sì”, capiamo meglio il contesto. Si tratta di un’opportunità interessante? È fattibile e gestibile? A seconda di quello che è il nostro interlocutore, possiamo discuterne insieme, evidenziando le nostre attività in essere per capire, di comune accordo, se la richiesta è effettivamente gestibile, soppesando pro e contro. In questa maniera si rende l’altro co-responsabile delle conseguenze di quanto richiede.

  2. Essere aperti e onesti

    E’ bene non temporeggiare eccessivamente ed essere aperti in merito alle ragioni alla base del rifiuto. Addolcire la pillola e confezionare motivazioni ad hoc volte a scongiurare una possibile reazione negativa non è la scelta migliore.

  3. Offrire alternative o soluzioni

    Anche se la risposta è un no, è possibile essere d’aiuto anche solo con un consiglio o dando la disponibilità per la gestione di task minori.

  4. Gentili sì, ma non troppo

    Il modo in cui esprimiamo il nostro rifiuto è importante. La persona che chiede il nostro supporto non deve sentirsi a disagio o in colpa. Quindi, attenzione a smorfie, sbuffi ed espressioni facciali che possono aggiungere elementi negativi ad una situazione già di per sé caratterizzata da una comunicazione negativa. L’obiettivo è quello di veicolare il nostro messaggio in maniera quanto più neutrale possibile. Inoltre, è bene mantenere un tono fermo per non lasciare false speranze al richiedente e quindi margine per un ripensamento.

  5. Regolare le aspettative

    Una reazione negativa da parte dell’interlocutore è un’opzione che dobbiamo considerare, soprattutto se poco abituato a gestire un nostro rifiuto. Tuttavia, questo non significa necessariamente che i rapporti tra le due parti andranno ad incrinarsi. Al contrario, è indispensabile mantenere il focus verso il nostro lavoro di miglioramento, senza alcun sentimento di colpevolezza. A piccoli passi anche gli altri dovranno adeguarsi.

Focusing is about saying no

Saper dire di no è una qualità importante che può essere esercitata e sviluppata. La chiave resta sempre l’approccio: un no onesto, espresso in maniera ferma e sicura ma pacata e gentile ha un effetto migliore di un detto per compiacere l’altro ma corredato di risentimento e malumore. Come disse Steve Jobs “focusing is about saying no”, ovvero: per avere successo devi concentrarti sulle tue priorità, senza aggiungere ulteriori task alla tua to-do list, abbassando la qualità del tuo lavoro.

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Autore: Cristina Musumeci



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