L’informazione scientifica Post Covid, due differenti realtà

L’informazione scientifica Post Covid, due differenti realtà

In questo periodo di ripresa delle attività d’informazione scientifica, presso ambulatori ed ospedali, abbiamo chiesto ad alcuni lettori di informatori.it come stessero andando le cose. Di seguito riportiamo 2 contributi su due zone d’Italia differenti le Marche e la Calabria. Siamo consapevoli, come già trattato in altri articoli interpellando la FIMMG, OMCeO che seppur vi sia la volontà nel ricevere gli informatori scientifici in studio la pratica non evidenzia una ripresa a pieno regime.

Il primo Informatore Scientifico (marchigiano) ci descrive la ripresa dell’attività con particolari problematiche e con un’alternanza tra attività sul campo ed attività tramite canali digitali. Seppur premettendo che il suo ambito non è quello largamente diffuso, rivolgendosi ad interlocutori presso gli ospedali e con un inquadramento da dipendente, l’organizzazione delle giornate evidenza una realtà diversa rispetto al periodo ante-Covid.

“La mia giornata nel Post-Covid è organizzata diversamente rispetto a prima: al mattino presto mi attacco al computer, cerco di contattare alcuni medici attraverso e-mail o messaggini di Whatsapp, svolgo qualche telefonata, cerco di prendere qualche appuntamento “de visu” in quanto ancor più di prima può essere un passe-partout per poter entrare in ospedale e incontrare i medici. Poi parto, svolgo la mia normale attività con chi mi può ricevere. I paletti nei reparti sono aumentati, vuoi per direttive delle Aziende Ospedaliere volte a limitare il flusso di “estranei”, vuoi perché alcuni medici ne stanno approfittando per prendere le distanze dalla nostra categoria.“

 Ed il lavoro tramite canali digitali?

Il lavoro via remoto… Molti rispondono alle mie e-mail di invito, e nel giro di breve si riesce anche a concordare un giorno ed un orario per potersi parlare.

Quando arriva il momento della connessione, inizialmente si parla di come si è vissuto questi ultimi mesi, e poi colgo il momento giusto per attivare la condivisione dello schermo del mio computer per svolgere la mia attività di informazione attraverso un software di visualizzazione degli strumenti aziendali. Questa fase di solito dura davvero pochi minuti, e poi si torna parlare senza “visual” davanti, di lavoro o di altro. E questo è ciò che accade.

Tutto questo sembra scorrere liscio come l’olio, ma ci sono dei ma…

L’attività via remoto comporta un’organizzazione e un impegno anche da parte del medico, creando in lui una certa aspettativa. Ora, io mi occupo di farmaci noti, in commercio da anni, anche se particolari, o forse proprio per questo motivo, ben conosciuti e studiati dagli specialisti. Se li contatto e li impegno con un appuntamento del genere, le situazioni che si creano sono fondamentalmente due, a seconda di chi avrò di fronte:

  1. se il medico è giovane, magari senza grande esperienza ma molta curiosità, allora posso permettermi tranquillamente di presentare quanti e quali studi clinici voglio, approfondendo più o meno qualunque argomento.
  2. se invece contatto medici che conoscono bene i prodotti e che li usano e studiano da anni, allora, se non ho una progettualità da offrire oppure se non offro una collaborazione concreta, l’esperienza può essere decisamente negativa, brucio l’aspettativa, brucio la possibilità un successivo incontro via remoto.

Dal mio punto di vista, le piattaforme digitali possono dare un grande valore aggiunto al nostro lavoro, se si creano degli incontri di reparto, se si decide di mettere in contatto medici fisicamente distanti affinché parlino o discutano di problematiche che a loro interessano. I tempi e gli spazi possono essere davvero accorciati grazie alla tecnologia. Ma tutto questo è possibile se dietro c’è un lavoro svolto dalle Aziende, una progettualità, la volontà di crescere professionalmente ascoltando e condividendo le esigenze dei medici e i suggerimenti che noi, dal campo, possiamo portare.

Imporre visual più o meno visti e rivisti, trasferire la classica intervista su piattaforma digitale è un vero autogol professionale.

Il lavoro da remoto, ricordiamoci sempre, deve essere un mezzo per svolgere professionalmente il nostro lavoro, non un fine creato da qualcuno all’interno delle aziende per giustificare il proprio lavoro. Altrimenti non si andrà da nessuna parte.

Tutt’altro scenario è l’esperienza dell’ISF che ci scrive dalla Calabria che rientrando tra le regioni con meno impatto del Covid-19 evidenzia meno restrizioni ed una maggior disponibilità agli incontri in presenza.

“Beh, nella mia provincia i medici di medicina generale ci ricevono più o meno come prima, ovvero dopo due pazienti o per appuntamento. Naturalmente con le precauzioni relative alla prevenzione del Covid-19 (distanziamento, d.p.i), etc.

Quasi sempre la sala d’attesa è diventata la strada. Qualche medico comunica addirittura attraverso le fessure delle persiane o cose simili. I pediatri di libera scelta, molto coesi nei comportamenti, ricevono tutti su appuntamento.

La mia sensazione, comunque, è che entrambe le categorie, ferma restando la giustificata prudenza, ne approfittino un po’ per ridurre il numero degli accessi sia dei pazienti che degli informatori, un po’ per reale paura del contagio, un po’ per lavorare meno.

Discorso diverso nella ASL. Lì i medici ci ricevono senza problemi, spesso anche con più piacere di prima, perché non fanno più la routine di visite su prenotazione, fanno solo le urgenze, quindi hanno meno lavori, pur dovendo fare le stesse ore di servizio.

Negli ambulatori specialistici privati, ricevono quasi tutti su appuntamento. Centri di cura privati e pubblici, a macchia di leopardo, in base alle loro variegate regole. In ogni caso, né più né meno come i parenti dei pazienti. Nessun vantaggio per noi ma nemmeno particolari restrizioni.

Ho anche cercato di capire cosa ne pensano i medici, dei colleghi che in questo periodo si sono approcciati a loro attraverso mezzi informatici e la sensazione che ne ho tratto è che hanno un po’ compreso e tollerato la cosa, specie nel periodo di fermo totale, anche perché veramente avevano tutti pochissimo da fare, ma è emerso che tutti sono convinti si sia trattato di una cosa assolutamente transitoria e che ritengono impensabile da utilizzare, in periodi normali, con il consueto carico di lavoro di ambulatorio e burocrazia.

Ringraziamo entrambi i due colleghi per aver condiviso le loro realtà con tutta la community di Informatori.it

Autore: Vittorio Cassisi



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